LA CENTRALITA’ DEI POVERI NEL MAGISTERO. di ORAZIO LA ROCCA

Giovanni Paolo II papa dei poveri? Anche. Sono tanti ed inequivocabili gli “elementi” che lo certificano emersi nel corso del suo lungo pontificato, durato circa 27 anni (dal 16 ottobre 1978 al 2 aprile 2005). Ma l’attenzione alla povertà in generale, agli ultimi, ai sofferenti, è stata una costante di tutta la vita di Karol Wojtyla. Fin dalla più tenera età, da giovane seminarista e in seguito da vescovo e cardinale, il futuro pontefice beatificato e santificato (non a caso) da papa Francesco, suo estimatore e attento discepolo in particolare nella lotta alle cause che delle povertà e di qualsiasi forma di esclusione, ha dovuto fare sempre i conti con le sofferenze umane e con i bisogni quotidiani. Dagli anni trascorsi in Polonia – dove nasce a Watowice il 18 maggio 1920 – fino ai successivi 27 anni vissuti sul Soglio di Pietro da pastore della Chiesa universale. Moderno Apostolo delle Genti di paolina memoria, capace di attraversare per lungo e largo le strade dei 5 continenti, con 105 pellegrinaggi internazionali – parlando a Governanti di qualsiasi colore politico, a re, regine, a consessi internazionali, Onu in testa, dei poveri, della “necessita” di mettere al centro di ogni programma socio-politico la “vicinanza ai bisognosi”, “l’impegno primario per debellare le cause di esclusioni, sofferenze, umiliazioni della dignità umana per colpa della povertà”.

    Concetti e proponimenti che Wojtyla codificherà come pietre miliari delle sue tre encicliche sociali (su un totale di 14 scritta durante il pontificato), Laborem Exercens, Sollicitudo Rei Socialis e Centesimus Annus, quest’ultima scritta in occasione del centesimo anniversario della Rerum Novarum, la prima enciclica in cui un papa – Leone XIII pontefice dal 1878 al 1903 – affronta tematiche del mondo lavorativo e delle povertà. Cento anni dopo, Giovanni Paolo II fa suo l’intero impianto e lo spirito profetico della Rerum Novarum, con opportuni “aggiornamenti” legati alle criticità sociali del 1991,  anche alla luce di altre profetiche encicliche di grandi papi del secolo passato che hanno sempre tenuto desta l’attenzione sulla povertà, da Pio XII, a Giovanni XXIII (padre del Concilio Vaticano II che ha fatto della scelta preferenziale dei poveri ila stella polare della rotta della Chiesa moderna), a Paolo VI che con la storica enciclica Populorum Progressio condannò con inusuale fermezza le condizioni “disumane” a cui tante popolazione sono costrette a vivere a causa della povertà. Condanna che lo stesso papa Montini ribadirà all’assemblea generale dell’Onu – primo pontefice a parlare al Palazzo di Vetro di New York il 4 ottobre 1965 – gridando con forza in perfetto francese “Mai più la guerra! Mai più la guerra!. Svuotate gli arsenali di guerra…riempite i granai per sfamare gli affamati della terra!…”. Parole fatte proprie e rilanciate con altrettanta forza profetica ancora all’Onu anche da Giovanni Paolo II nel 1978 e nel 1995, e dal papa emerito Benedetto XVI nel 2008. E il 25 settembre 2015 da papa Francesco.

    La povertà, in definitiva, è il tema portante, sorta di leit motive che ha costantemente unificato l’impegno pastorale dei pontefici dell’ultimo secolo nella lotta a qualsiasi forma di “povertà ed esclusione sociale”. E Giovanni Paolo II a ragione può essere considerato l’anello di congiunzione dei pontefici di ieri e di oggi che si sono spesi accanto ai poveri. Wojtyla, però, è andato ancora più in là, affiancando ai gesti, alle parole e agli appelli, scelte significativa che hanno caratterizzato ulteriormente il suo pontificato, con la santificazione di Madre Teresa di Calcutta, una vita spesa   tra i “poveri tra i più poveri” e l’apertura del Vaticano ai poveri e senza fissa, invitandoli per la prima volta a pranzo e fondando la Casa Dono di Maria per senza fissa dimora tenuta dalle Missionarie della Carità della stessa Madre Teresa di Calcutta. Gesto fatto anche dal successore Benedetto XVI e che ora papa Francesco ha già fatto ripetute altre volte “nel nome di S. Giovanni Paolo II”.